Vivere o sopravvivere?

Avete mai pensato alla differenza che c’è tra vivere e sopravvivere? Sono due diversi livelli di esistenza, tra loro comunicanti, ed è sufficiente un attimo di distrazione per passare dall’uno all’altro. O meglio, passare dal livello VITA al livello SOPRAVVIVENZA richiede pochissimo, mentre percorrere il tragitto inverso richiede consapevolezza, decisione e volontà. Quindi è parecchio più complicato.

Ritengo che l’argomento richieda un’attenta riflessione, proprio per evitare quanto più possibile di correre il rischio di scivolare inconsapevolmente da uno all’altro. Cosa assai facile quando si viva senza troppo riflettere.

Innanzitutto, cosa differenzia questi due livelli? La principale caratteristica del primo, quello in cui si muovono coloro che vivono davvero appieno l’esistenza, potremmo dire che è l’intensità. Intensità di colori, di emozioni, di percezioni fisiche, emotive e mentali: i colori sono più brillanti, i sentimenti più cristallini, la visione più limpida, i pensieri fulgenti e le azioni cariche di determinazione e di convinzione.

Il livello della sopravvivenza, quello abitato da coloro che si abbandonano alla corrente della mera esistenza, è caratterizzato, al contrario, dalla qualità dell’omogeneità e dell’omologazione. I termini più adatti a definirlo potrebbero essere piattume e insipidità: i colori appaiono più spenti, le emozioni e i sentimenti amalgamati in un unico indistinto polpettone, le percezioni appannate, la visione nebulosa, le azioni confuse e approssimate. Prendere delle decisioni appare troppo: troppo complicato, troppo impegnativo, superfluo, potremmo dire. Uscire dalla nicchia in cui si è trovato riparo, inconsulto e sovversivo. Agire, scegliere, affermarsi e affermare la propria posizione, scomodo e avventato. Folle, oserei dire.

Eppure, è proprio in tutto ciò che agli abitati del livello della sopravvivenza appare fuori luogo, che sta il segreto per ascendere al livello della vita vera.

In fondo, il termine “folle” viene da “follis” che si traduce con “pallone pieno di vento” e ha a che fare con la sensazione di essere pieni d’aria, di vuoto. Il folle è colui che ha la testa vuota, piena d’aria e può permettersi di vagare, di volare come un palloncino. Folle, secondo questa etimologia, è, quindi, colui che si è liberato dei pensieri pesanti e limitanti, delle convinzioni che non gli servono se non a restare impantanato nel senso comune, a vincolare la sua vista ai parametri più ordinari del pensiero e dello sguardo. Colui che ha mollato la zavorra dei giudizi e dei pregiudizi e si è concesso di aprire gli occhi su orizzonti nuovi e più avventurosi.

Certo, questo presuppone che si sia disposti a correre dei rischi, a percorrere territori sconosciuti – del resto avete mai letto di avventure che si siano svolte in ambienti noti e scontati? – e anche, perché no, a farsi male. Per questo vivere è riservato ai coraggiosi, a chi sia disposto a guardare le cose da punti di vista inconsueti, a mettersi in discussione, a calarsi in panni nuovi, a scegliere attivamente e consapevolmente il non conosciuto preferendolo a ciò che gli è familiare e noto, a rendersi vulnerabile di fronte a ciò che non conosce ma che è deciso a esplorare.

Chi vive a livello della sopravvivenza è sostanzialmente vittima di un grave fraintendimento: è convinto di vivere in regime di contenimento degli sprechi di energia (energia mentale, energia fisica, energia emotiva), è convinto di essere al sicuro, di essere invulnerabile, di non correre rischi, di aver trovato un modo comodo di traghettarsi attraverso l’esistenza. E’ convinto di non decidere perché ha creato le condizioni per evitare qualunque scelta. In realtà, non si rende conto che è proprio il contrario. A differenziarlo da chi ha deciso di investire attivamente in tutte le opportunità che la vita gli offre è solo la destinazione dei suoi sforzi.

Chi sopravvive, chi si adegua al pensiero comune, chi si appiattisce in realtà impiega comunque – e forse anche di più – energie, solo che le destina a lamentarsi, a giudicare gli altri, a cercare colpe al di fuori di se stesso, ad evitare in ogni modo possibile qualunque responsabilità. Stare rincantucciati pervicacemente nel proprio covo, richiede sforzi immani per opporsi alla corrente vitale che tutto attraversa. Evitare di guardare e mostrare le proprie vulnerabilità comporta attenzione e impegno costante. Scansare rischi, scelte, decisioni, richiede la scelta deliberata di non rischiare, non scegliere, non decidere. E questo è molto molto faticoso.

Quanto al sentirsi sicuri e fuori pericolo è la più grande illusione di cui cade vittima chi decide di non vivere. La presunta sicurezza che tanto pervicacemente rincorre chi impegna l’esistenza nell’evitamento costante di tutto ciò che non conosce non è altro, in realtà, che un autocondannarsi alla totale incapacità di affrontare gli imprevisti, le avversità, le imprevedibilità di cui la vita sulla terra è costellata.

Solo vivere di meraviglia, essere disposti ad accogliere il nostro stare al mondo in un misto di stupore e spavento, insieme, accettare di essere diversi di una qualunque diversità, esporsi ai rischi, prendere la vita come una sfida affascinante da affrontare ogni giorno per quella che è, può davvero illuminare le nostre giornate, riaccendere i colori, acuire le percezioni, accrescere le nostre capacità e portare allo scoperto i nostri talenti e le nostre peculiarità. Solo mollando gli ormeggi, liberandoci d tutti i pesi che attualmente ci tengono a terra possiamo cominciare a volare.

Possiamo scegliere cosa vogliamo essere e che vita vogliamo vivere, se essere persone “cresciute”, cioè che non possono andare oltre quello che hanno raggiunto o persone che vogliono continuare a crescere, senza mai sentirsi arrivati, ma costantemente impegnati a cambiare per sentirsi vivi. Per essere davvero in vita.