Zona di comfort: trappola o sicurezza?

Avete mai sentito parlare della cosiddetta “zona di comfort?” Si tratta, per dirla in parole povere, della condizione mentale in cui una persona prova un senso di familiarità, si sente a suo agio e nel pieno controllo della situazione, senza sperimentare alcuna forma di stress e ansia, del tutto protetta e al sicuro.

Per usare un’immagine che rende bene l’idea, quando ci troviamo sprofondati nel divano di casa con la Tv sintonizzata sulla nostra fiction preferita. Perchè, allora, dovremmo mai desiderare o sentire la necessità di uscire da tale stato?

Il problema è che la permanenza ad oltranza in tale condizione porta, alla lunga, a restringere sempre più i confini della zona che da confortevole si fa soffocante, fino a diventare una vera e propria gabbia. Non uscire mai dalla zona di comfort, infatti, appiattisce le nostre prestazioni, affossa le nostre prospettive di evoluzione, annulla l’apprendimento e le possibilità di miglioramento. In una parola, avvicina terribilmente la nostra vita allo stato vegetale.

Mentre permaniamo nella nostra zona di comfort, sicuramente ci sentiamo molto tranquilli e rilassati, ma ci viene a mancare quello stimolo necessario che ci induce a dare il meglio di noi stessi, fino a che di questo nostro meglio, perdiamo completamente la cognizione e la percezione. Certo, spingersi oltre tali confini comporta sempre l’affrontare un po’ di fatica, di insicurezza e di stress ma ci permette di inoltrarci in quella che viene chiamata la zona ottimale di apprendimento (2), quella in cui siamo capaci di imparare cose nuove e di sperimentare che la vita può essere qualcosa di più e di meglio di quella che conosciamo , che noi possiamo essere qualcosa di più e di meglio del noi che conosciamo.

Una soglia minima di ansia e di stress sono di fatto funzionali a rendere ottimali le nostre prestazioni, ad indurci a fare ricorso a tutte le nostre energie e risorse – spesso insospettate – per far fronte alla nuova sfida che ci aspetta e a scoprire, spesso con nostra sorpresa, che la tanto temuta sfida è, in realtà, intrigante e fonte di nuove, eccitanti emozioni.

Ovviamente, è necessario fare attenzione a che il livello non si alzi eccessivamente al di sopra della soglia ottimale per non veder ribaltare la situazione ed entrare, così, nella zona di panico (3), laddove ansia e stress cominciano a remarci contro, a farci perdere la concentrazione e a gettarci in uno stato di confusione, paura e agitazione.

La cosa bella dei confini che delimitano la zona di comfort è che sono elastici, ovvero, una volta superato un limite e raggiunto il livello superiore, questo ne diventa parte integrante, estendendo, di fatto, il territorio che entra sotto il nostro controllo. Quello, quindi, che oggi ci sembra inarrivabile, che al solo pensarci ci mette a disagio o ci spaventa, domani può farci sentire del tutto tranquilli e a nostro agio, totalmente padroni della situazione. Tutto questo, però, a patto di essere disposti ad accettare di attraversare il disagio che lo sconfinamento comporta – e sottolineo il verbo attraversare, perchè è fondamentale consapevolizzare che si tratta di una situazione del tutto passeggera e destinata ad esaurirsi in un tempo determinato.

Tengo, a questo punto, a sottolineare due aspetti che considero fondamentali.

A. Il primo riguarda il fatto che in un momento di crisi – sia esso di carattere sociale, politico od economico, sia esso strettamente personale – è normale un aumento fisiologico della paura e della sensazione di vulnerabilità, cosa che porta a un’istintiva chiusura e alla riduzione della zona di comfort, al restringimento dei nostri confini. Ma non va dimenticato che questa reazione non può che peggiorare la situazione. Mai come in questi momenti, infatti, abbiamo bisogno di inventare nuovamente noi stessi, di percorrere nuove strade e di aprirci a nuove possibilità. Viceversa il rischio è di soffocare nella nostra stessa aria.

B. Il secondo aspetto su cui desidero portare l’attenzione, è che l’area entro cui riponiamo le nostre sicurezze, il senso di familiarità e di controllo, non ha necessariamente un carattere positivo. Anche situazioni dominate dalla negatività e da un malessere di fondo può inibirci a rischiare di affrontare l’incertezza legata al cambiamento, pur se in vista di un oggettivo miglioramento delle cose. Un tipico esempio può essere una relazione di coppia stagnante, un lavoro che non ci piace, ma cui ormai ci siamo abituati, delle amicizie che non ci appagano e che ci scontentano, ma che ci appaiono come il solo baluardo rimastoci contro la solitudine.

Insomma, può accadere – e accade non di rado – che ci si possa abituare a sentirsi infelici, ansiosi, preoccupati tanto da fare di questo stato la nostra zona di comfort e di avere paura della possibilità di poter provare gioia, una dimensione diventata oramai a tal punto sconosciuta da divenire causa di disorientamento e di disagio, più ancora che di piacere.

Quindi, attenzione a ciò in cui ci si sta crogiolando.