Tu non hai un problema, tu sei parte del problema

Tante volte ci capita di affermare: “Io ho un problema” in riferimento a una situazione o a una relazione, intendendo, al di fuori di noi, che è causa del nostro disagio.Questo modo di vedere le cose ha come unico effetto di metterci in una posizione di totale impotenza rispetto a una possibile soluzione. Io sono qui, al centro, e intorno a me ruotano eventi e persone che mi fanno stare male o non fanno andare le cose come piacerebbe a me. Ci mettiamo, in sostanza, nella posizione delle vittime e, in quanto tali, di chi non può fare nulla, se non subire ciò che gli accade o che gli viene fatto. Così facendo dimentichiamo o evitiamo di considerare (consciamente o inconsciamente) che noi siamo sempre, in qualche modo, parte del problema.Tempo fa fu promossa in California da un ente ecologista una campagna che diceva: “Tu non sei nel traffico, tu sei il traffico!”.

Credo che renda perfettamente il concetto. Fino a quando restiamo nell’ottica di essere al di fuori degli accadimenti e continuiamo a reagire automaticamente, senza fermarci a riflettere su cosa possiamo fare noi per rispondere in maniera attiva a ciò che ci accade o ai comportamenti altrui, continuiamo a fare parte del problema e quindi contribuiamo ad alimentarlo, privandoci della possibilità di uscire da quello che stiamo vivendo.

Proviamo a cambiare la domanda che ci facciamo e passiamo dal chiederci “Perché mi accade questo?”, “Perchè quella persona si comporta in questo modo?” a “Cosa posso fare io per cambiare le cose?”. Scopriremo che la gamma di possibilità di intervento da parte nostra è enorme e passeremo dall’essere parte del problema ad essere protagonisti della soluzione.

Provare per credere!